Sport, Business, Ipocrisia

agosto 8, 2008

Oggi iniziano le Olimpiadi di Pechino 2008, accolte dal sottoscritto dal totale disinteresse che lo contraddistingue in occasione di qualsivoglia evento sportivo mediatico, dai Mondiali ai Moto GP. Non sono un appassionato di sport, ma soprattutto non mi piace quello guardato e parlato. Con tutto il rispetto per i milioni di appassionati, non riesco a trovarci nulla di emozionante nè di coinvolgente, quindi ogni volta che ciclicamente si ripetono eventi in grado di catalizzare per giorni l’attenzione di tutti i media e di monopolizzare qualsiasi discussione, dai mezzi pubblici alla macchinetta del caffè, non faccio altro che innalzare ulteriormente il mio livello di isolamento e di allontanamento da Tv e Quotidiani.

Nel caso delle Olimpiadi Cinesi però non si tratta solo di follia generale per la nuova scoperta nel mondo dello sport, sia esso il Curling o la repubblica di Nauru, nè di puro tifo sfegatato.

Quest’anno le discussioni hanno un livello più impegnato. Si tratta di diritti umani negati, di Tibet libero! Tutti, proprio tutti ora si rivelano interessati alla causa, vantano tessere di Amnesty International ed espongono su auto e blog adesivi e banner di sensibilizzazione. E le diatribe si sprecano. C’è chi ritiene che lo sport non debba occuparsi di queste tematiche, c’è chi è convinto che questa sarà una grande occasione per gettare luce su temi scottanti e attirare l’attenzione sulle violazioni che avvengono in Cina, c’è chi chiede a gran voce atti di protesta da parte degli atleti e chi invece non vuole che questo evento sia rovinato dalla politica.

Quello che penso è che la politica, può e deve essere fatta sempre, ogni parola, ogni gesto della nostra quotidianità può e dovrebbe essere politico. E quindi non vedo nulla di male in gesti “politici” alle olimpiadi o intorno alle olimpiadi.

Il problema però non è la relazione tra politica e sport, il problema è la relazione tra politica e business. A ben vedere di “sportivo” nelle Olimpiadi (come nel Ciclismo, nei GP e nel Calcio) c’è rimasto ben poco. Tutto questo susseguirsi di scandali legati al doping, di record infranti di minuto in minuto, di contratti multimilionari, di ragazzini gettati in pasto a procuratori senza scrupoli e all’idolatria delle folle, ha ben poco a che vedere con lo spirito di rivalsa, di superamento dei propri limiti, di divertimento, di sfogo, di appartenenza, che dovrebbe caratterizzare ogni attività sportiva.

Business quindi, e come si sa nel libero mercato il business non ha regole e non guarda in faccia a niente e nessuno (tanto c’è la mano invisibile che regola tutto…) e questo avviene anche nella “comunistissima” Cina.

Il problema dei diritti umani in Cina esiste da decenni (il massacro di Piazza Tienanmen è avvenuto nel 1989) e lo si conosceva benissimo al momento della candidatura di Pechino per le olimpiadi di quest’anno, ma solo pochi giorni prima dell’inaugurazione sembra che abbia cominciato a toccare chiunque.

Come purtroppo ormai troppo spesso accade, tutto fa brodo, e tutto fa profitto. Nell’ipocrisia generale, si cerca di salvare capra e cavoli, i politici danno l’impressione di preoccuparsi del problema ma non vogliono indispettire i colleghi cinesi e scaricano il barile sugli atleti e sulla società civile. Gli spettatori, composti da consumatori e imprenditori, continuano ad ignorare il loro ruolo e la loro complicità con il regime (fa comodo a tutti delocalizzare le imprese, aprire nuovi mercati e acquistare merci sottoprezzo) e delegano il da farsi ai propri rappresentanti eletti. E in tutto questo, tv e giornali, cavalcano l’onda del dibattito.

Dibattito che puntualmente si affievolirà giorno per giorno e verrà poi rimpiazzato dalle autocelebrazioni o dalle autocommiserazioni per tutte le medaglie conquistate e per quelle che ci saremo fatti soffiare. Le violazioni dei diritti umani hanno avuto il loro momento di popolarità, finiti i giochi, potranno tornare nell’ombra, dove, si sa, è più facile e meno scomodo commetterle.

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