Bosnia Herzegovina – 12 agosto Sarajevo – Sinanovici 50km circa

gennaio 29, 2008

Ci svegliamo presto perchè la stanza è molto luminosa e stranamente nella casa c’è un grosso via vai di persone. Sentiamo in lontananza le chiamate alla preghiera dei musulmani, mischiarsi allo scampanare delle chiese cattoliche, e anche questo non concilia il sonno, ma apprezziamo comunque l’opportunità di vedere la coesistenza delle maggiori religioni monoteiste del mondo. A Sarajevo nello stesso quartiere sorgono a pochi metri di distanza una chiesa ortodossa, una chiesa cattolica, diverse moschee e una sinagoga!

Ci alziamo, facciamo la doccia e pensiamo che forse sarebbe il caso di prenderci la vacanza con calma e rimanere a Sarajevo un altra notte, in modo da poter esplorare la città in modo più approfondito, fare un escursione sulle montagne adiacenti, trovare una libreria con una benedetta guida e riposarsi un po. Francesca va a chiamare il padrone di casa, e lo sveglia, per chiedergli se possiamo prolungare la nostra permanenza ma purtroppo ci dice che ha già delle prenotazioni. Allora ci prepariamo e usciamo, dopo aver deciso che se avessimo trovato facilmente un altro posto saremmo rimasti, altrimenti saremmo partiti. Facciamo colazione comprando in un Pekara (panificio) brioche e paste sfoglie al cioccolato, ottime come sempre (3 in tutto per neanche 0,80€) e cominciamo a cercare una libreria e il tourist information.

Sarajevo

Superiamo il Ponte Latino ed entriamo nel quartiere di Bistrik, passiamo davanti al Birrificio dove si produce la famosa e localissima Sarajevsko Pivo ed entriamo nel Monastero Francescano di St. Ante. Ritorniamo nel quartiere orientale e arriviamo al Tourist Info dove però l’addetta non è particolarmente proattiva. Ci da qualche cartina, di attrazioni già visitate e qualche indicazione sui dintorni ma non molto di più, le chiediamo di una libreria e ce la indica, però.. è domenica!! Ed infatti è chiusa. Concludiamo il nostro giro di Sarajevo passando davanti alla chiesa ortodossa e alla sinagoga. Mentre ritorniamo alla macchina, rimaniamo stupiti nel vedere una comitiva di Boyscout di Milano scorrazzare in bicicletta per le vie di Sarajevo. Pochi metri dopo troviamo un piccolo e vecchio negozio di libri, aperto. Entriamo e purtroppo non hanno la nostra fidata Lonely Planet ma hanno una guida in inglese che sembra ben fatta quindi contenti la compriamo.

Decidiamo di partire subito. Carichiamo l’auto, e andiamo verso la collina dove c’è il castello di Jaice. Ci perdiamo in un dedalo di viette strettissime e ripidissime (la Fra mi cede subito il volante) e torniamo indietro. Riprendiamo un altra strada, passiamo davanti ad un bel parchetto con a fianco un enorme e nuovissimo cimitero (i morti a Sarajevo durante la guerra sono stati piu di 10mila!) e proseguiamo verso la fortezza. Lungo la strada vediamo la prima ed unica donna con il burqa (tutte le altre hanno vestiti occidentali e solo il velo o al massimo tuniche e velo ma sempre con il viso scoperto). Arrivati in cima rimaniamo molto delusi, la fortezza praticamente non c’è, ci sono solo delle mura, tra l’altro completamente distrutte dalla guerra e solo in minima parte ricostrutie, ma c’è tuttora il cantiere quindi non si possono visitare. Lo spiazzo in cima però, nonostante i numerosi rifiuti sparsi in terra, è davvero bello, perchè permette di vedere tutta la città, distinguendo i vari quartieri e vedendo le zone, turistiche o affaristiche, gia ricostuite, e quelle ancora degradate e distrutte, i numerosi cimiteri delle varie etnie, e soprattutto tutte le colline e montagne circostanti. Diamo un occhiata alla guida, decidiamo di andare sulle montagne di Bjelasnica, dove si sono svolte le Olimpiadi del 1984 e di visitare i villaggi alpini della zona.

Mentre guidiamo i pochi kilometri che ci separano dalla montagna, riflettiamo sulla guerra, sulle mine, presenti in abbondanza su tutte quelle montagne e sul fatto che una citta moderna come Sarajevo con i suoi festival di cinema e di musica e in cui si sono svolte le olimpiadi invernali, nel giro di 10 anni sia diventato teatro di guerre e massacri.
Mentre saliamo i tornanti che portano a Bjelasnica cominciamo a vedere numerosi cartelli di mine appesi agli alberi sul ciglio della strada. Superiamo poi il sito dove sorgevano i vecchi edifici del villaggio olimpico, tutti completamente distrutti e arriviamo sorge il nuovo resort. In tutto e per tutto sembra un piccolo paesino turistico di montagna, con piccole palazzine di mini appartamenti per gli sciatori. C’è poi un grande albergo, il Marsal Hotel, dove ci fermiamo a chiedere informazioni sulla zona. Il ragazzo alla reception parla poco inglese e comunque ci dice che non ha cartine o particolari informazioni da darci sulla zona se non indicarci la strada per gli Highland villages, i villaggi alpini abitati principalmente da pastori. Ci informa anche che purtroppo in questi giorni non funziona nemmeno la seggiovia che ci avrebbe potuto portare sulla vetta del Monte Bjelasnica a 2067 metri. Gli impianti sciistici non sono molto moderni ma la montagna è decisamente attraente, soprattutto per uno snowboarder accanito come me; la parte bassa è fitta di alberi, la parte sommitale è spoglia e ripida quindi non posso fare a meno di immaginarmela coperta da un profondo e soffice manto bianco! Inutile dire che i prezzi degli skipass, ancora esposti all’interno dell’albergo, siano decisamente ridotti rispetto ai nostri standard, e questo, insieme ai numerosi poster di eventi di snowboard della passata stagione, mi fa veramente venire voglia di rimettermi la tavola ai piedi.

Decidiamo di fermarci a mangiare in un piccolo ristorantino, “Aroma”, consigliato dalla guida per i suoi cibi tradizionali. Il locale è basso e quadrato, all’interno ci saranno neanche una decina di tavoli, ma l’ambiente è accogliente nonostante sia molto fumoso. Infatti in Bosnia (e in Croazia) è ancora consentito fumare nei locali, e noi, non essendoci più abituati, accogliamo questa pratica con un pò di fastidio, anche se ci risolleviamo molto nell’apprezzare il fatto che in italia sia stata abolita, oltre che stupirci che una legge simile sia passata e non abbia suscitato una rivoluzione popolare. Ad ogni modo, non possiamo far altro che notare quanto l’aria sia davvero pesante e irrespirabile e rovini il sapore dei cibi. Ordiniamo una zuppa e un piatto di formaggi, squisiti, dopodichè ci mettiamo in macchina per guidare i pochi kilometri che ci separano da Rakitnica, il primo villaggio alpino che vogliamo visitare. All’arrivo siamo molto delusi. Doveva essere uno dei più begli esempi di insediamento montano della Bosnia con capanne di legno vecchie di 150 anni ma è stato completamente distrutto dalle milizie serbe durante la guerra e durante la ricostruzione non hanno pensato di mantenerne lo stile originario. Quindi ci troviamo davanti ad una ventina di case, malridotte e povere, come la maggior parte di quelle viste in tutta la Bosnia, fatte di mattoni e lamiera. Ci fermiamo comunque a fare una passeggiata per il paesino, lungo un piccolo torrente al di là del quale si estendono dei pascoli e una piccola foresta di conifere. Passiamo davanti alla casa di una vecchietta, che se non fosse per il velo potrebbe essere benissimo una anziana donna delle nostre montagne. Minuscola, ingobbita, coperta da decine di strati di abbigliamento: calzettoni, tuta, stracci, e maglioni, col viso rugoso e segnato dal freddo e dal tempo. La salutiamo e lei calorosamente ricambia con un grande sorriso e attacca a parlare. Ripetiamo invano un paio di volte, in bosniaco, che non possiamo capirla, ma lei imperterrita cerca di dirci qualcosa. La salutiamo con ampi gesti e sorrisi e ritorniamo alla macchina.

Passiamo da Sabici, una paesino un pò più grande e turistico ma non di particolare interesse e proseguiamo per la tortuosa strada montana. Ci ritroviamo al lato opposto del villaggio di Bjelasnica, vediamo il rifugio in cima agli impianti di risalita, e su questo lato la montagna è completamente disabitata e spoglia, il manto erboso è rado ed ingiallito e lascia intravedere le rocce carsiche. Veramente suggestivo. All’altitudine alla quale ci troviamo noi invece la fitta e verdissima foresta sta lasciando spazio ai pascoli e ci sono covoni di fieno ovunque. I covoni di fieno sono una delle cose che più ci rimarranno impresse di questo viaggio. Se da noi, almeno nel nord italia, ci sono ovunque balle di fieno, qui in ogni appezzamento di terreno si vedono covoni di varie misure, in cui l’erba viene lasciata seccare accatastata su delle intelaiature di legno che gli permettono di prendere la caratteristica forma conica. Su alcuni particolarmente grandi sono anche appoggiate delle precarie scale di legno per poter depositare altra erba sulla cima del covone e permettergli di ergersi ancora piu imponente.

covoni fieno Sinanovici

Dopo qualche foto e qualche kilometro arriviamo a Umoljani, un’altro villaggio alpino, anch’esso pesantemente distrutto dalla guerra e anch’esso pessimamente ricostruito ma che ancora conserva alcune case con lo stile originale. Nei nostri piani volevamo andare anche a Lukomir il più famoso dei villaggi alpini, il più elevato, a circa 1500 mslm e il più antico, con la sua l’architettura simil-mediovale, e dove l’elettricità e l’acqua corrente sono arrivate solo nel 2002, ma era raggiungibile solo con una strada sterrata e soprattutto dall’altro lato della montagna, quindi ci siamo accontentati della visita a Umoljani. Non possiamo però dire che quest’ultimo ci abbia deluso, anzi ci ha regalato un’esperienza unica ed incredibile. Già mentre salivamo i tornanti che conducevano al paese abbiamo notato fin troppe auto. E la cosa non era particolarmente positiva visto lo stile di guida dei bosniaci e la condizione della strada. Auto vecchie di almeno ventanni, ci sorpassavano a tutta velocità in curva, lasciandosi dietro schifosissime fumate nere, lungo una stradina pessimamente asfaltata, ad una corsia e senza guard rail…

Comunque la cosa più strana era che ci fosse cosi tanta gente in quello che doveva essere un villaggio di pastori. Arrivati a circa un kilometro dal paese non si può più andar oltre. Ci sono macchine ovunque, un intero pascolo è stato adibito a parcheggio e ci sono macchine normali, non fuoristrada, abbarbicate ovunque. Oltre il campo adibito a parcheggio la strada continua ma presenta una lunghissima coda di auto. C’è il Caos più impensabile. Una lunga fila di auto e gente che cammina ovunque, tra le auto, tra le case e lungo i campi per raggiungere il paese poco sopra.

Mentre costeggiamo la fila di auto, un italiano, a bordo del suo Suv, molto sgarbatamente, senza nemmeno salutarci ci chiede se la coda a valle è ancora lunga, gli diciamo di si e gli chiediamo cosa diavolo sta succedendo in quel supposto tranquillissimo paesino. Ci risponde con sufficienza, mentre non esita a ripartire per percorrere neanche due metri, che era in corso una “qualche loro sagra di paese” ma che tanto stava per finire. E in queste testuali parole abbiamo constatato l’arroganza e il disprezzo di chi viaggia senza l’intenzione di conoscere e capire la cultura del posto in cui si trova…


Finalmente arriviamo in cima al paese e ci si apre un’immagine straordinaria che per noi ha dell’incredibile; un’enorme spiazzo, un avvallamento circondato da ripidi pendii è strapieno di gente, almeno duemila persone, ci sono bancarelle di ogni tipo, grigliate fumosissime, calcinculo affollatissimi e due camion al centro che sparano a tutto volume musica turbofolk!!

Ci fermiamo da una vecchina che vende caramelle e gelati al lato della strada. La Fra compra il gelato, io delle caramelline strane molto zuccherose. La vecchietta ci chiede di dove siamo mentre ci dice che lei è della macedonia. Ovviamente il discorso termina subito, vista la rispettiva incapacità di comunicare nell’altrui lingua. Facciamo un giro tra la folla e stiamo per un po ad osservare le loro danze. Decine di ballerini si sono messi in cerchio mano nella mano e saltellano forsennatamente da un piede all’altro andando avanti indietro. Rimaniamo affascinati ad osservare il delirio collettivo in quella strana vallata poi vediamo che salendo per i pendii si arriva alle vecchie capanne del villaggio alpino, quindi ci lasciamo alle spalle quella musica assordante e cominciamo a camminare per circa mezz’ora lungo un sentiero. Se il piccolo paese di Umoljani era situato al termine della strada, in una specie di conca, seppur ampia, tra pareti di roccia e ripidi pendii, le case dei pastori si spargono a pochi metri di distanza le une dalle altre, in uno spiazzo in cima al sentiero, riparate dal picco della montagna che si erge un centinaio di metri piu in su.

Il panorama che si apre ai nostri occhi da lassù è splendido, tranquillo e surreale. Riusciamo ad abbracciare con lo sguardo le vallate delle Montagne di Bjelasnica e quelle delle Montagne di Visocica. Si può vedere la linea precisa delle foreste che lascia spazio ai prati che si arrampicano fino alle vette dove cedono a loro volta il terreno alle rocce carsiche. Qua e là si stagliano ruvide pareti rocciose e solo raramente si riescono a vedere segni della presenza umana. Il villaggio di per sè ha qualcosa dell’incredibile, se non fosse per qualche vecchia automobile, i recinti con le pecore e qualche filo di fumo che esce dai tetti, verrebbe da pensare che sia disabitato da decine di anni. Le pareti delle case/capanne sono fatte di pietre e rocce, che sembrano solo appoggiate le une sulle altre, i tetti sono spioventi, costituiti da uno scheletro di assicelle di legno ricoperte da pezzi di latta e di lamiera. Sono tutti arrugginiti ma lasciano intravedere la loro provenienza: Latte di vernice, bidoni e qualsiasi altro oggetto di ferro od alluminio, sono stati appiattiti e fissati precariamente gli uni agli altri per riparare l’abitazione dalle intemperie. Le finestre o sono assenti o sono dei piccoli buchi nelle lamiere o tra le rocce. La corrente arriva solo in poche case, tramite collegamenti “di fortuna” con i pali della luce, e vediamo in giro dei piccoli box di legno che fungono da toilette.

Umoljani Alpine Village

Ci aggiriamo tra le case senza incrociare nessuno, e ci domandiamo se quelle siano solo delle abitazioni estive, tipo alpeggi, utilizzate solo per portare al pascolo le pecore o siano abitate tutto l’anno. Mi accorgo che le pile della macchina fotografica sono scariche e non ne abbiamo di ricambio perchè Francesca per comodità si porta sempre dietro solo la macchina e non la custodia. Come a Jajce ci incolpiamo e malediciamo scherzosamente a vicenda, però questa volta ci dispiace davvero non poter fare molte foto delle capanne e del panorama che lascia senza fiato.

Rinunciamo a salire fino alla vetta dietro il villaggio e ritorniamo a valle. Mentre scendiamo seguendo un altro piccolo sentierino, più corto ma decisamente ripido, incrociamo un uomo di almeno 70 anni che chino sul suo bastone non sembra essere affatto messo in difficoltà dalla strada impervia. Stupiti dalla sua agilità ci chiediamo se sia un abitante del villagio o un ospite della festa, ma non proviamo nemmeno ad iniziare un’altra assurda conversazione.

Arrivati di nuovo nel caos e nel frastuono gioioso della festa di paese, seguiamo una famiglia bosniaca che attraverso i campi cerca di tagliare la strada per giungere in fretta al parcheggio più sotto. La Frà ha paura che ci possano essere mine, ma io escludo il richio perchè stiamo seguendo un altro gruppo di locali, che segue a sua volta una vecchina con le sue mucche. Passiamo attraverso diversi gruppi di persone che si godono il pomeriggio in allegria distesi sui campi, bevendo e mangiando carne alla griglia. L’ambiente non è decisamente fine e sofisticato, con signore in sovrappeso che sghignazzano stravaccate in terra mentre mangiano carne alla griglia e uomini col viso cupo che in gruppi separati fumano e bevono, ma nella sua trivialità è affascinante e contagioso.

L’unica cosa che ci disturba è vedere ovunque cartacce e bottiglie che rovinano e inquinano quello splendido angolo di natura. Purtroppo abbiamo notato in tutta la Bosnia lo scarso rispetto per l’ambiente, e l’abbandono pressochè ovunque di spazzatura e rifiuti di ogni genere, dalle cartacce, alle bottiglie di vetro ai copertoni delle auto, che periodicamente vengono bruciati per toglierli di mezzo, ma liberando così nell’aria fumi tossici e maleodoranti. Allo stesso tempo, senza voler essere troppo concilianti nè sconfinare in un senso di “civile superiorità“, riteniamo che, purtroppo, tra guerra, povertà e mille altre difficoltà quotidiane, la gestione dei rifiuti e il rispetto della natura probabilmente siano le ultime delle loro preoccupazioni.

Finalmente arriviamo alla macchina e ripartiamo per visitare gli altri villaggi alpini, sono gia le cinque e ancora non sappiamo dove passeremo la notte. Guidiamo qualche kilometro, faccciamo una piccola deviazione dalla strada principale e arriviamo a Bobovica, dopo aver chiesto informazioni ad un uomo che insieme al figlio di cinque anni sta trasportando enormi assi di legno per ristrutturare la sua casa. Questo piccolo villaggio che si affaccia sul Canyon di Rakitnica, offre un panorama a 360 gradi sulle montagne di Bjelasnica, Visocica e Treskavica. Superiamo un gruppetto di una decina di case, alcune più recenti costruite in mattoni e dallo stile moderno e altre invece più caratteristiche come ad Umoljani. Arriviamo al termine del paesino in prossimità di un pascolo dove una anziana signora musulmana sta facendo pascolare le sue due vacche. Ci guarda da lontano con fare stralunato, poi però risponde calorosamente al nostro saluto. Mentre rientra nella sua capanna, noi rimaniamo ad ammirare il paesaggio mentre il sole sta calando dietro la montagna. Il pascolo è verdissimo e la luce molto particolare. Ci piacerebbe poter esplorare la zona facendo un po di trekking ma l’assoluta mancanza di informazioni cosi come il timore delle mine, ci costringe a tornare sui nostri passi lasciandoci alle spalle un piccolo sentiero che attraversando i pascoli scende verso il canyon. Facciamo qualche foto attorno alle decine di covoni alti almeno 3-4 metri mentre delle galline razzolano libere intorno alle capanne.

Proseguiamo quindi alla volta di Sinanovici dove, leggiamo sulla guida, potremo trovare numerosi alloggi privati e bed & breakfast. Ci fermiamo in alcune case a chiedere informazioni ma ci viene risposto che assolutamente non esiste nulla del genere nel loro paesino. Proseguiamo oltre un po sfiduciati finchè arriviamo ad un bivio a partire dal quale la strada diventa sterrata. Non sapendo se continuare e quale delle due strade prendere ritorniamo indietro di un centinaio di metri ad uno spiazzo dove ci sono due casupole di legno e dei gazebo con delle persone a bivaccare. Ci accoglie un anziano signore che parla pochissimo tedesco ma ci manda il figlio di circa 40 anni che invece parla un discreto inglese.

Il figlio ci spiega che il padre aveva appena rilevato quel posto dove andavano a passare le vacanze e che se volevamo potevamo passare li la notte. Avremmo potuto stare al primo piano dell’abitazione principale oppure nel piccolo edificio a fianco, una specie di bungalow con due divani letto e una piccola stufa. Accettiamo al volo per la cifra complessiva di 10 euro e ci sistemiamo. Dopodichè ci sediamo al tavolo con la famiglia a bere un tè prodotto da loro raccogliendo erbe officinali nei campi circostanti. La moglie e le due bambine piccole non parlano inglese ma rimangono ad ascoltarci affascinate e sorridenti. Innanzitutto chiediamo loro, come possiamo fare per andare a Konjic, che dalla cartina, sembra a pochi kilometri, al di la della montagna. Dopo essersi consultati con un altro gruppo di loro amici ci confermano che l’unica strada è quella sterrata, altrimenti dovremmo ritornare indietro fino a Sarajevo e prendere la statale. Vengono a guardare un po perplessi la nostra auto e ci dicono che in realtà la strada è solo per le 4×4, ma sono fiduciosi, e, a condizione di procedere davvero lentamente (e ribadiscono più volte, in tedesco e in inglese, moolto lentamente) non dovrebbero esserci particolari problemi nel superarla. In fondo si tratta solo di 7 kilometri di sterrato, giusto per superare il passo di montagna, poi riprende la strada montana asfaltata. In pratica dobbiamo scegliere se ripercorrere circa 50 km per fare il giro della montagna, oppure “tagliare”, ma con una certa dose di rischio, attraversandola per soli 7 kilometri. Siccome ci sembrano conoscere bene la zona ed essere convinti di quello che ci dicono, accettiamo la sfida dello sterrato e decidiamo di partire la mattina presto di buon ora per poter prenderci tutto il tempo necessario alla “traversata”.

Rimaniamo a chiacchierare per circa un’ora prima che loro ripartano per Sarajevo, dove abitano e lavorano. Ci domandano come mai siamo finiti in Bosnia per le vacanze, e soprattutto perchè siamo andati proprio in quel posto sperduto, ci domandano dell’Italia e del nostro lavoro e facciamo un po di conoscenza. Ci spiegano che in quel posto, come in tutti i villaggi che abbiamo visitato, vivono per tutto l’anno, nonostante di inverno sia tutto ricoperto di neve e si arrivi anche a -20 gradi! Ci racconta che nonostante tutto, la Bosnia ha un buon servizio di bus e soprattutto in quelle zone il mantenere le strade sgombre dalla neve è una delle priorità, anche grazie al turismo della stazione sciistica di Bjelasnica, quindi non rimangono mai isolati e ci sono navette giornaliere che vanno e vengono da Sarajevo.

Ci racconta che si possona fare moltissime escursioni, d’estate a piedi, d’inverno con le racchette da neve, però è bene conoscere la zona, avere cartine, o meglio ancora una guida, sono zone disabitate, e purtroppo, piene di mine, perchè la zona montagnosa intorno a Sarajevo è stata una delle principali linee di confronto tra le varie milizie. Decidiamo di non approfondire l’argomento, quindi rimaniamo con i nostri dubbi sulle mine e sui motivi che possano portare a distruggere delle zone completamente disabitate come quelle, ma dall’enorme valore storico, culturale e ambientale. Pensiamo che l’unico motivo sia quello di fare uno sgarbo, provocare uno smacco morale alla popolazione, oltre che annientare qualunque possibilità di rinascita economica per il futuro (troveremo conferma di queste ipotesi in seguito visitando Mostar).

Prima di ripartire ci fornisce tutte le informazioni necessarie per trascorrere la notte e ci augura buone vacanze. Ricambiamo i convenevoli e li salutiamo. Nel frattempo sono partiti anche tutti gli altri, non prima di averci regalato dei pomodori e dei cetrioli freschi che a loro non servivano più. Ci prepariamo allora per la cena, e mangiamo le verdure appena donateci insieme ad una zuppa in busta. Poi pensierosi per il viaggio in macchina che ci aspetta il mattino dopo, ci addormentiamo. Veniamo svegliati dopo un paio d’ore da rumore di un motorino scassato e uomini che urlano e bussano con violenza alla porta di una capanna vicina. Un po preoccupati ci assicuriamo che la porta del nostro bungalow sia ben chiusa. Dopo pochi minuti sentiamo, poi per diverso tempo, i canti e il vociare divertito di un gruppo di uomini brilli.
Il bagno si trova all’esterno del primo edificio ad una ventina di metri dal nostro bungalow e Francesca, mi costringe per diverse volte ad alzarmi con lei durante la notte. Questo però ci permette di passare forse la notte più bella di tutta la vacanza. L’aria è gelida, il villaggio completamente al buio, il silenzio indescrivibile e il cielo pieno di stelle. In una delle ultime visite al bagno, ci portiamo dietro due plaid per poter rimanere fuori un po più a lungo ad osservare il cielo e nel giro di neanche un quarto d’ora abbiamo la possibilità di vedere più di una decina di stelle cadenti.

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