9 agosto Grabovac, Croazia – Banja Luka, Bosnia 250 Km circa

gennaio 24, 2008

Ci svegliamo alle 7 ma distrutti dal primo intenso giorno di viaggio posticipiamo la sveglia alle 8. Quindi percorriamo i 12 km che ci separano dal Parco Nazionale dei Laghi del Plitvice. Acquistiamo il biglietto di ingresso, 110 kune a testa, e facciamo colazione mentre pensiamo a quale percorso seguire per visitare il parco.

Il Plitvice (Plitvicka Jezera) consiste in un area di circa 30000 ettari, diventata parco nazionale nel 1949 e dal 1979 è stato dichiarato dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità. L’area visitabile è situata in una vallata di circa 8 km e ci sono 3 possibili tragitti da 2, 4 e 6 ore, percorribili in parte a piedi, in parte su battelli elettrici e in parte su trenini su gomma. Stabiliamo che il percorso da 4 ore sia sufficiente per visitare il parco, perchè dalla mappa vediamo che è quello che permette di vedere tutti i punti panoramici principali e sfruttare il trasporto evitando le parti più lunghe a piedi all’interno del bosco.

Plitvice National Park

Tutto il tragitto prevede sentieri semplici e ben tracciati e numerose passerelle di legno e ponticelli per attraversare i laghi e le cascate, quindi anche in questa occasione lasciamo in auto la nostra attrezzatura da trekking, la Frà parte con i sandali mentre io decido di tenermi gli infradito nello zaino e procedere a piedi nudi, per provare ad affrontare, dopo mesi di “allenamento” il mio primo vero e proprio percorso da BareFooter (di sicuro muoversi a piedi nudi su rocce e ponti di legno scivolosi si rivelerà la scelta migliore rispetto ai sandali e alle infradito di molti turisti, anche se mio malgrado tutto ciò ha scatenato lo stupore e le domande di molti visitatori, e, devo ammetterlo, un po di indolenzimento alle piante dei piedi il giorno dopo…).Il parco, con i sui 16 laghi, le sue innumerevoli cascate, le rocce carsiche levigate dall’acqua e ricoperte da muschi verdissimi,è, come ci aspettavamo, meraviglioso. I laghi sono tutti collegati tra loro da ruscelli, balzi d’acqua e stagnetti, il carbonato di calcio dell’acqua pietrifica il muschio trasformandolo in misteriose formazioni di tufo/travertino, l’acqua è color smeraldo e trasparente, il bosco verdissimo e offre riparo dalla calda giornata di sole.

Tutto il paesaggio è in continua evoluzione e trasformazione, giorno dopo giorno e ci domandiamo quanto possa essere spettacolare d’inverno con le cascate ghiacciate e il bosco innevato. L’unica nota negativa, come previsto, è il massiccio afflusso di gente. Era difficile trovare angoli deserti dove godersi il silenzio del bosco o il lieve rumore di un ruscello e in molti punti dei sentieri si formavano delle vere e proprie code. Inoltre essendo state le precipitazioni delle settimane precedenti piuttosto scarse, il flusso d’acqua delle cascate non era particolarmente potente e la principale cascata, quella del torrente Plitvica, di 78 metri, era decisamente “a secco”.

Siamo partiti dall’ingresso 1 che permette di accedere ai laghi inferiori quelli più spettacolari, mentre dall’ingresso nr 2 si accede ai laghi superiori, ma entrambi sono visitabili con tutti i percorsi. Al termine della nostra camminata ci fermiamo al punto ristoro e attendiamo il pulmino che ci riporterà al nostro parcheggio, giusto in tempo per evitare un tremendo acquazzone che si è abbattuto sul parco e sui visitatori del pomeriggio. Ci prendiamo la nostra razione di pioggia solo nell’ultimo km di cammino e nel tragitto per arrivare alla macchina.

Il tempo di cambiarsi e ci mettiamo in viaggio verso la meta principale del nostro viaggio, la Bosnia Herzegovina, lasciando questo splendido parco e questo luogo talmente turistico da essere riuscito a cancellare nel giro di una decina di anni qualcunque traccia della guerra, che proprio in queste zone si era abbattuta ferocemente.

Percorriamo una cinquantina di kilometri e arriviamo alla frontiera con la Bosnia Herzegovina, i controlli sono quasi nulli e di colpo il paesaggio cambia radicalmente, non tanto dal punto di vista naturale o morfologico quanto dalle abitazioni che lo punteggiano. Non più villette e Sobe (affittacamere) più o meno raffinati ogni 100 metri ma case danneggiate o in costruzione/ristrutturazione ovunque. Quelle che non hanno segni di proiettili o altri danni hanno i mattoni a vista, non il tipo di mattoni pieni che fanno tanto rustico ma proprio i mattoni industriali su cui poi normalmente si mette l’intonaco e si dipinge la muratura… Inoltre i balconi e le scale esterne non presentano alcun tipo di ringhiera. Almeno l’80% cento delle case sono quindi costituite solo dallo scheletro di mattoni e cemento, sono nude, ridotte all’essenziale giusto per consentirne l’abitabilità (beh forse non in termini di legge e norme di sicurezza…) ma non per questo spoglie; infatti in ciascuna sono presenti fiori, piante, piccoli orticelli e sui balconi e terrazzi, senza alcuna ringhiera, appaiono divani, poltrone (da interni) e tavolini. La povertà non permette alle famiglie che ci vivono di andare avanti con le finiture della propria casa, ma allo stesso tempo la dignità e la voglia di godere di quel poco che si possiede le rende vive, uniche, originali e piene di umanità.

Anche le poche case che sono integre e che probabilmente appartengono alle famiglie più agiate hanno delle caratteristiche del tutto speciali. Magari ci sbagliamo ed è solo il gusto del luogo, ma secondo noi, dall’architettura alle finiture sembra esserci un bisogno esasperato di ostentazione che si traduce in eclettismo e pacchianeria, cigni di ceramica giganteschi in giardino, cancelli in ferro battuto sproporzionati rispetto al vialetto di ingresso, enormi acquile di bronzo sulle colonne, cupole, torrette e ovunque, sui terrazzi, sui balconi e perfino nei vialetti, colonne barocche in gesso…
Percorriamo pochi kilometri e arriviamo a Bihac, una piccola cittadina che sorge sul fiume Una, parcheggiamo e cerchiamo un Tourist Center per avere qualche informazione su dove alloggiare e cerchiamo di cambiare i soldi in Konvertible Marks, la valuta locale (equivalente alle nostre care vecchie 1000 lire). Nonostante siano solo le 15:30 l’ufficio è chiuso e riaprirà solo il mattino dopo quindi cerchiamo di arrangiarci girovagando un po per il centro. Arriviamo davanti alla nostra prima moschea, la Fahija Dzamija. L’edificio non è granchè ma rimaniamo affascinati dal suo minareto e da tutte le scritte per noi incomprensibili sulle targhe dell’ingresso. Non riteniamo opportuno entrare, e ci allontaniamo in fretta dalla piazza in cui è situata perchè non ci sentiamo particolarmente a nostro agio: è circondata da palazzi con evidenti segni della guerra, un centro commerciale e un cinema abbandonati e qualche bancarella del mercato. Prima però diamo un occhiata agli “stecci”, le vecchie pietre tombali caratteristiche di tutta la Bosnia Herzegovina, presenti nel prato a fianco alla moschea.
Chiedendo in giro non riusciamo ad ottenere informazioni utili quindi ci rechiamo in un grande albergo proprio nella via centrale. Fortunatamente la receptionist parla un discreto inglese e ci spiega che nella città non ci sono ostelli, motel o affittacamere ma solo due hotel e un campeggio. Il prezzo della camera è per noi decisamente fuori budget quindi lasciamo il centro per recarci al campeggio appena fuori città. Arrivati al campeggio, notiamo che è situato dove sorge anche il secondo hotel quindi entriamo per chiedere informazioni sui prezzi. La receptionist è molto cordiale, ci fornisce diverse informazioni e ci consiglia timidamente di lasciare la città per recarci alla ben più interessante Banja Luca, a solo 1 ora e mezza di macchina da li. Noi siamo un po perplessi perchè dalla cartina ci sembra ben lontano ma ci fidiamo, quindi nonostante la stanchezza e nonostante siano già le 16:30 ci mettiamo in macchina. Ci fermiamo davanti ad un passaggio a livello giusto in tempo per sentire il richiamo alla preghiera provenire dai minareti della città.
Dopo circa 40 km e diversi minareti avvistati sulle colline circostanti, arriviamo a Bosanska Krupa. Non ci fermiamo nemmeno se non per fotografare una splendida piazzola in cui a distanza di pochi metri sorgono le mura di una vecchia fortezza, una chiesa cattolica ed una moschea. Seguendo una tortuosa strada a ridosso del fiume Una, procediamo lungo uno spettacolare canyon le cui rocce sono completamente ricoperte da una fitta e verdissima vegetazione, notiamo i primi cartelli di Allerta Mine e rimaniamo shockati da quanto siano in prossimità della strada. In pratica basterebbe addentrarsi di pochi metri dello alla boscaglia al lato della strada per avventurarsi in un terreno minato..
bihac.jpg

Arriviamo quindi a Bosanska Novi, piccola cittadina al confine nord con la Croazia situata nella Repubblica Srpska, una delle due entità che costituiscono la Bosnia Herzegovina (l’altra è la Federazione di Bosnia Herzegovina), a maggioranza serba e quindi di religione ortodossa e infatti sono praticamente scomparsi i minareti e le moschee.

Ci fermiamo solo perchè dobbiamo assolutamente cambiare i soldi o quantomeno prelevare, e un po per sgranchirsi le gambe visto che siamo in macchina già da almeno due ore e stando alla cartina non siamo neanche a metà strada da Banja Luka.
Ci domandiamo se siamo noi ad esser lenti (visto anche la guida spericolata dei residenti, che sfrecciano oltre il limite, superando senza troppi scrupoli in stradine tortuose a doppio senso e con un sola corsia…) oppure se la tipa dell’Hotel non aveva la minima idea di cosa stesse dicendo. Non troviamo nessuno che parla inglese nè tedesco e la comunicazione si fa ancora più difficile per via dei cartelli stradali e delle insegne scritte unicamente in cirillico.
Tutti si dimostrano comunque molto gentili e disponibili e la cosa buffa è che nonostante la nostra palese incapacità a capire la loro lingua essi proseguano imperterriti a darci con convinzione indicazioni e suggerimenti. Riusciamo comunque a trovare una banca e cosi ripartiamo. Finalmente siamo usciti dal canyon del fiume Una quindi la radio riesce a captare qualche stazione. Ci mettiamo a cercarne qualcuna che trasmetta Turbo Folk, la musica tradizionale serbo-bosniaca mista a pop e tecno ma troviamo solo Skorpions e Roxette…
Superiamo Prjedor perchè non vediamo cartelli di Sobe nè motel e sono già le 19:30. Io comincio a dare segni di impazienza, fame e stanchezza. Finalmente arriviamo a Banja Luka, abbiamo percorso 140 km in più di 3 ore e mezza quindi ci fermiamo subito in un ristorante che ha un’insegna che ci incuriosce. La scritta è in cirillico ma il disegno raffigura con tratti grezzi un cameriere con un vassoio con sopra un animale irriconoscibile. Fortunatamente il menu non è scritto in cirillico ma è comunque solo in bosniaco quindi non abbiamo assolutamente idea di cosa ordinare.
insegna Banja Luka
Il padrone parla tedesco quindi riusciamo a chiedergli di portarci la portata rappresentata dall’insegna, che ci dice essere un piatto nazionale cotto allo spiedo. Non riusciamo però a capire di che animale si tratti e quando arriva il piatto i nostri dubbi aumentano. E’ un vassoio gigantesco con tantissimi pezzi di carne, con tanto di ossa e grasso a volontà. Io che non sono un gran mangiatore di carne penso di sentirmi male solo a vederla, ma la fame è tanta e la curiosità pure quindi supero la mia schizzinoseria. E in effetti la carne è molto tenera e il sapore, molto speziato, è buono.
Ciononostante, non riusciamo ad individuare il tipo di carne, nè a terminare il piatto che pur diviso in due è molto abbondante, e cerchiamo di goderci la cena senza farci sopraffare dai nostri dubbi sul tipo di animale raffigurato nell’insegna (potrebbe mai essere CANE???) Mentre ceniamo il padrone ci chiede se abbiamo bisogno di una stanza e il nostro sguardo si illumina quando ci dice che verrà a costare solo 15 € per entrambi. Accettiamo al volo e dopo una birra offerta gentilmente dalla casa, finalmente andiamo a dormire mentre un violento temporale si scatena sulla città.
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