Bosnia Herzegovina – 8 agosto Venezia – Grabovac – 400 km circa

gennaio 23, 2008

Alle 7 ci svegliamo per la luce, il caldo, il rumore dei camion che si rimettono in marcia quindi decidiamo di ripartire anche noi. In fin dei conti ho cosi tanta voglia di arrivare che non sento nemmeno la stanchezza. Colazione all’autogrill con un cappuccino terribile, brioche e via.

Superiamo Trieste e ci avviciniamo alla dogana Slovena, ma prima ci concediamo una piccola deviazione per visitare le Foibe di Basovizza. In cima ad una collinetta, nel paesaggio carsico, una radura brulla con pini marittimi e degli ordinati murettini di pietra, un monumento alla memoria e qualche lapide. Ci rendiamo conto di quanto i ricordi scolastici siano confusi e di certo la totale assenza di pannelli informativi non ci aiuta, anche il piccolo edificio che dovrebbe servire da ufficio informazioni è chiuso e non c’è uno straccio di cartello degli orari nè altro.
Ripartiamo e dopo qualche centinaia di metri ci perdiamo, chiediamo informazioni a degli anziani signori che stanno chiacchierando al lato della strada e che con un italiano stentato ci indicano la via. Mentre ripartiamo notiamo lo stranissimo dialetto con il quale riprendono il loro discorso.

Risniak

Superiamo la dogana slovena e anche se il paesaggio e i volti non cambiano particolarmente, ci sentiamo già di più in vacanza.
In fretta attraversiamo anche la cinquantina di km di Slovenia che separano Italia e Croazia e arriviamo alla dogana. Il doganiere guarda perplesso i miei DreadLocks, mi chiede se abbiamo Marjuana a bordo ,riguarda il passaporto e mi fa cenno di andare mentre pronuncia il mio nome con gli accenti completamente sbagliati e con tono conciliante e uno sguardo complice. I pregiudizi sono duri a morire, ad ogni latitudine, ma perlomeno è stato simpatico.Ancora una sessantina di km e arriviamo a Fiume, Rijeka in Croato (che significa, appunto, fiume…).
Parcheggiamo e facciamo un giro giusto per sgranchirci le gambe, reperire qualche cartina e depliant all’ufficio informazioni turisiche e visitare brevemente la città, che in realtà non ci attira più di tanto. Passeggiamo per il corso principale, con baretti, ristorantini e negozi alla moda, cambiamo i soldi, compriamo la guida della Croazia, mentre non ne hanno nessuna della Bosnia. I palazzi del centro sono tutti restaurati e coloratissimi mentre quelli delle vie laterali o della periferia sono tutti abbastanza grigi e in cattive condizioni.Dopo neanche due ore siamo di nuovo in viaggio alla volta di Karlovac in direzione del Parco Nazionale del Plitvice, e questa volta alla guida passa la Fra.
Ci accorgiamo di aver percorso già quasi 600km e ci siamo dimenticati di fare benzina. Quindi usciamo dall’autostrada e percorriamo a vanvera alcuni km in cerca di un distributore. Chiediamo a dei passanti che ci riferiscono che il Tankstelle (in tedesco) era esattamente ad un km dopo la nostra uscita. Torniamo indietro, rientriamo in autostrada e ci fermiamo per il rifornimento. Notiamo con piacere, ma anche con un certo disappunto, che la benzina costa 30 centesimi in meno che in Italia, però il benzinaio, sbaglia a darmi il resto e mi rende 10 Kune anzichè 100 (circa una 15 di euro…). Glielo faccio gentilmente notare e lui con nonchalance mi da il dovuto. Siamo in vacanza e ben disposti quindi non ci preoccupiamo dell’accaduto nè vogliamo stare a riflettere se abbia davvero sbagliato oppure abbia cercato di fare il furbetto con degli stranieri alle prese con la nuova valuta, quindi ripartiamo.

Sulla guida scopriamo che sulla strada per Karlovac c’è il Parco Naturale del Rysniak (il nome del parco e del monte deriva da Rys, lince, che una volta, popolava tutta l’area, ora ne sono rimasti pochi esemplari) quindi usciamo a Crni Lug e ci informiamo per eventuali camminate.
La proposta della camminata di 3 ore e mezza per raggiungere la cima del monte, dormire al rifugio e tornare a valle il giorno dopo è allettante ma siamo troppo stanchi, vogliamo arrivare al Plitvice in fretta e non siamo nemmeno poi cosi allenati per affrontare subito delle camminate toste, quindi optiamo per la camminata circuit di 1 ora e mezza. Le camminate circuit, ad anello, sono quelle che preferiamo perchè non bisogna ripercorrere lo stesso tragitto per ritornare al punto di partenza.
Paghiamo i 4 € circa a testa previsti, lasciamo alla macchina l’attrezzatura da trekking “seria”, bacchette e scarponcini e ci avviamo per la passeggiata nel parco.

Il percorso è bello anche se ci delude un pò perchè non sale sulla montagna ma ne rimane sempre alla base e prevalentemente sempre nella foresta quindi sono pochi i punti più propriamente panoramici. Le rocce carsiche, con i loro “imbuti” che sembrano inghiottire parti di foresta, il profumo dei lecci e le betulle alte fino 40 metri. cosi come il silenzio e l’aria fresca ricompensano pienamente il tragitto e i punti in cui la foresta si apre per lasciare intravedere i pascoli e le fattorie del Gorsky Kotor sono assolutamente magnifici.
Al termine del percorso, abbastanza stanchi e soddisfatti, ci rimettiamo in viaggio verso Karlovac. Guida ancora la Fra mentre io mi abbiocco un pò.

Verso le 18:00 arriviamo a Karlovac e appena ci avviciniamo al centro della cittadina Francesca viene fermata dalla polizia, ma è solo un controllo di routine. Constatiamo che alle autorità croate piace ripetere il nome che leggono sul passaporto come per divertirsi con la pronuncia differente.
Parcheggiamo in una via centrale di Karlovac e cominciamo a vagare senza una meta precisa visto che non troviamo nessun Tourist Information Center. Ad una ragazza che sta sfrecciando in bici vicino a noi, e rischia quasi di cadere pur di fermarsi a risponderci, chiediamo per la Stari Grad, città vecchia e la Stella, la piazza principale da cui si dipanano le vie e i quartieri principali. Della stella non sa nulla , scopriamo solo in seguito che a Karlovac non esite in realtà nessuna piazza a forma di stella bensì è tutta la città, che sorge alla confluenza di ben 4 fiumi, ad avere la forma quasi perfetta di una stella a sei punte e ad essere suddivisa in circa 24 quartieri di forma quasi regolare. Della Stari Grad non sembra nemmeno tanto convinta ne entusiasta ma ci indica gentilmente la via.

Le strade della città vecchia hanno tutte edifici bassi di massimo due piani, sono larghe con una pavimentazione grezza di ciottolato e c’è solo qualche negozietto e qualche Cafè, l’atmosfera è particolare, non c’è molta gente in giro e nonostante le marche note nelle vetrine mi viene da pensare a come potevano essere i lunghi inverni bui e freddi durante il governo “comunista” di Tito.

Molti dei negozi e dei locali presenti espongono delle splendide insegne in ferro battuto che rappresentano l’attività del locale, poche sono probabilmente originali ma sono comunque molto belle e caratteristiche.

Notiamo però anche qualcosa di inquietante. Ci sono decine di edifici abbandonati e distrutti che presentano tutti buchi di varie dimensioni sui muri. Siamo certi essere segni di mitragliate ma allo stesso tempo le case sembrano troppo in cattive condizioni per risalire alla guerra del 1993. C’è anche una chiesa ortodossa parzialmente distrutta in fase di ristrutturazione. Chiediamo ad un anziano signore seduto fuori da un Caffè, ma non riusciamo a comunicare perchè non parla nè inglese nè tedesco. Mentre ci avviamo verso il lungofiume chiediamo ad una giovane coppia che ci conferma l’origine dei danni alla maggior parte delle case: sono i segni della guerra del 1993 tra croati e serbi e la maggior parte delle case apparteneva ai serbi, che sono scappati, e questo spiega il totale stato di abbandono. Un pò turbati torniamo alla macchina e ripartiamo verso il Plitvice dopo aver chiesto alcune informazioni stradali ad una donna con un bambino di circa 10 anni. Rimaniamo piacevolmente stupiti quando il bambino, visto che la madre non era in grado di esprimersi, prende la parola e ci indica la strada da prendere con un timido ma efficacissimo inglese.

Karlovac

Dopo pochi Km vediamo in uno spiazzo un edificio distrutto e dei vecchi carri armati. E’ il museo di guerra di Turanj. Ci fermiamo e iniziamo a chiacchierare con la ragazza al banco informazioni. Vergognandoci per la nostra ignoranza riguardo a quanto avvenuto in questi luoghi fra serbi, bosniaci e croati cerchiamo di farci spiegare quello che era successo lì e a Karlovac.
Il luogo dove sorge il museo era una base militare jugoslava diventata poi base militare croata, che è stata bombardata dai serbi durante la guerra. Ci racconta che la guerra è iniziata nel 1991 quando lei aveva 9-10 anni ed è durata fino al 1995. Durante tutti quegli anni, si aveva paura a fare qualsiasi cosa, anzi non si poteva proprio fare tutto ciò che normalmente rientra nella quotidianità, uscire a far la spesa, giocare, andare a scuola. Ha ancora vivo il ricordo delle sirene che continuavano a risuonare nell’aria e spesso non si capiva se fossero un segnale di inizio dei bombardamenti o di tregua. All’imbrunire iniziava il coprifuoco e i carri armati depositavano in mezzo alla strada dei grossi blocchi di cemento per i posti di blocco.

Ci racconta che prima della guerra la vita era abbastanza tranquilla e non c’erano particolari problemi con i serbi anche se non si dimostra particolarmente entusiasta nel dire che per tre anni ha dovuto studiare a scuola il cirillico e non esita a ribadire che sono sempre stati, e sempre saranno, diversi da loro, per tradizioni, religione e appunto, alfabeto. Continua dicendoci che improvvisamente per le idee folli e malvagie di Milosevic la situazione è degenerata e quelli che prima erano se non amici semplici vicini di casa sono diventati nemici da temere.

Ora, ci dice, i serbi stanno progressivamente tornando nelle loro case e loro devono ricominciare a conviverci. Le chiedo come si sente al riguardo e mi risponde che per lei è ok, che con loro potrà anche conviverci e discutere di qualunque argomento tranne che di politica e di religione perchè non potra mai dimenticare quello che è successo nè far finta che non sia successo niente, perchè l’unica cosa che hanno fatto i croati è stato difendersi dalla follia dei serbi e distruggere la loro chiesa mentre i serbi sono stati spietati e hanno ucciso centinaia di persone tra le quali anche suo zio. Afferma che su questi temi non potrà mai esserci dialogo e si dimostra piuttosto pessimista sul fatto che la consapevolezza di questi orrori possa portare l’umanità ad evitarli in futuro (e in questo purtroppo la Storia le dà ragione..).

Io vorrei continuare a parlare e magari provare a dirle che invece il dialogo è essenziale per evitare di continuare a vivere nell’odio e che confrontandosi potrebbero venire a capo dei loro problemi (magari non a livello politico ma almeno umano), che probabilmente anche i serbi hanno la loro versione dei fatti, le loro opinioni in proposito, cosi come hanno i loro morti e i loro luoghi di culto distrutti. Ma di fronte al suo dolore e alle esperienze che ha passato e di cui noi non possiamo comprendere nulla mi sono sentito abbastanza infantile, quindi decido di non ribattere.

Alla fine della nostra chiacchierata aveva le lacrime agli occhi e noi eravamo ammutoliti e dispiaciuti per averle fatto ricordare quei fatti, allo stesso tempo però sembrava contenta di aver potuto istruirci su queste vicende di storia cosi recente e non dare semplici informazioni a turisti interessati solo a fare le foto a cavalcioni dei cannoni e dei carri armati..

A questo punto si è fatto tardi, è quasi buio e dobbiamo ancora fare diversi km per arrivare vicino al Plitvice, trovare un posto dove dormire e cucinarci qualcosa. Inoltre siamo davvero turbati per i racconti della ragazza e alterniamo fasi di mutismo e di riflessione a discorsi fiume sulla stupidità della guerra, su quanto risulti difficile, se non impossibile, per noi occidentali moderni e civili/civilizzati concepire la vita in condizioni simili, a quanto siamo ignoranti in proposito, di quanto i telegiornali non abbiano interesse a parlare di quello che accade nel mondo e soprattutto del perchè, ma solo a descriverne morbosamente fatti e numeri per fare notizia e siano pronti nel giro di pochi giorni a passare ad un altro argomento, che sia gossip o guerra non importa, purchè sia in grado di ravvivare la nostra attenzione mentre pigramente stiamo cenando davanti alla tv.

Finalmente arriviamo a Grabovac a 12km dal Parco Nazionale dei Laghi del Plitvice, fortunatamente tutta la strada provinciale è costellata di piccoli motel e di cartelli Zimmer/Sobe cioè degli affittacamere privati. Decidiamo di fermarci davanti ad una piccola villetta. Ci accoglie un signore anziano che non spiccica mezza parola di inglese nè di tedesco, ma riusciamo a capirci e ci sistemiamo. Fuori dalla casa c’è un portico e un tavolino dove con il benestare del vecchio, ci cuciniamo con il nostro fornellino da campeggio dei fagioli e del riso ai funghi in busta, che in quelle circostanze ci sono sembrati davvero squisiti. Dopodichè crolliamo a letto con la sveglia prevista x le 7 in modo tale da essere al parco nazionale prima dell’arrivo delle orde di turisti dei pullman dei viaggi organizzati.

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Una Risposta to “Bosnia Herzegovina – 8 agosto Venezia – Grabovac – 400 km circa”

  1. simone Says:

    Ma come si fa a partire per un paese senza sapere nulla, cosa visitare, un minimo di storia…..la guerra non c’è stata un secolo fa…..
    Tipico racconto dell ‘italiano medio all’estero.


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