Il ciclo indissolubile: Pace, ambiente, sviluppo e libertà nell’equilibrio globale – Grammenos Mastrojeni
€ 13 Ed. Vita e Pensiero pg 178 2002
cicloindissolubilePace, ambiente, sviluppo e libertà nell’equilibrio globale è il sottotitolo di questo libro di Grammenos Mastrojeni, un, per me sconosciuto finora, diplomatico alle Nazioni Unite ed autore di numerosi studi sulle organizzazioni internazionali.

Nel libro egli incentra tutto il suo discorso sulla globalizzazione, sui suoi diversi approcci ed effetti, sulla centralità dell’uomo e sulla interdipendenza dei quattro fattori citati nel sottotitolo. La parola chiave del libro, menzionata fin troppo spesso, è “cooptazione”, intendendo con essa la necessità che sia ogni uomo/ogni individuo del pianeta a smuoversi per il benessere comune, a sentire propria e non a subire la spinta globalizzatrice, a cooperare e a recepire la necessità di una visione differente del pianeta, dell’economia e delle frontiere e sia e si senta responsabile e possa quindi usufruire di tutte quelle libertà che glielo consentano. Read the rest of this entry »

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Leo Hickman- La vita ridotta all’osso: Un’anno senza sprechi: le disavventure di un consumatore coscienzioso.

Ed. Ponte Alle Grazie pg 268 € 16

vitaridottaossoLeo Hickman è un giornalista del Guardian, fino a qualche anno fa non si era mai fatto più di tanti problemi a proposito del vivere etico. Un pò per sfida, un pò per scherzo e un pò per semplicemente per iniziare una nuova e particolare rubrica sul suo giornale, ha iniziato a porsi delle domande e a vedere come fosse possibile davvero per ogni singolo abitante del pianeta ridurre la propria “impronta ecologica”.

Ho comprato questo libro tra l’interesse e lo scetticismo, non capivo se era opera di un attivista intenzionato a raccontare con ironia le difficoltà quotidiane del vivere etico o di un giornalista senza scrupoli atto a screditare e ridicolizzare i consumatori consapevoli. Devo dire che il sottotitolo in italiano non aiuta, anzi è un po fuorviante e mi faceva pensare alla seconda supposizione. In inglese invece è un pò piu neutro “Il mio anno cercando di vivere eticamente” ma con decisamente meno appeal.

Inutile dire che ho letteralmente divorato le sue 268 pagine, e che in molte occasioni ho rivissuto gli stessi dubbi, le stesse conquiste e le stesse delusioni. Lo stile dell’autore è semplice e fresco, molto diretto e d’impatto, affronta ogni argomento con la giusta ironia e la dovuta serietà (d’altronde è un articolista di un prestigioso giornale londinese) e questo fa si che il libro risulti interessante sia a chi è già addentro a queste “pratiche” sia ai cittadini inconsapevoli della propria responsabilità verso l’ambiente.

La grossa pecca di chi cerca di diffondere le argomentazioni della sensibilità ambientale, del consumo critico e del vivere etico, solitamente è proprio l’arroganza da “illuminati” con cui si opera l’evangelizzazione, con la quale si cerca di fare proseliti (con scarsi risultati) oppure il fatto che il messaggio è rivolto e raggiunge solo persone che già lo condividono.
Non è questo il caso, in primis perchè l’autore non è / non era un ambientalista/vegetariano/ecc convinto e poi perchè nella scelta radicale di cominciare a vivere eticamente ha mantenuto una certa sobrietà, e una certa dose di moderazione.

Quando leggo libri che parlano di globalizzazione, ambiente e consumo critico penso sempre se il libro che ho in mano potrebbe piacere a qualcuno che conosco e che effetto avrebbe su di lui/lei – oddio sono stato contagiato anche io dalla compulsione al proselitismo!! – ebbene questo è un libro che regalerei / farei leggere volentieri a chiunque indipendentemente dalle abitudini piu o meno ecologiste o posizioni politiche.

Racconta semplicemente, non cerca di convincere, espone punti di vista (spesso contrastanti – lui che vorrebbe provare ad essere totalmente etico e la moglie che non vuole rinunciare ai suoi profumi firmati) non si fa portavoce di una rivoluzione culturale, esprime le sconfitte e i successi di una persona normale con un lavoro normale e una famiglia normale in una grande città del mondo, che cerca di fare ciò che ritiene opportuno per migliorare il pianeta (o quantomeno non accrescere il danno che gli stiamo causando..), il tutto con ironia e arricchito dalle lettere, vere, dei suoi lettori del Guardian che gli chiedono e gli danno consigli; Infatti come accennato all’inizio tutto è nato per una nuova rubrica sul Guardian, che c’è tuttora e che ora è possibile trovare anche in italiano sul sito di Internazionale quindi se il libro ha colto nel segno è possibile rinnovare ogni giorno con la sua rubrica l’interesse per l’argomento e le motivazioni per una vita etica.

Una nuova narrazione del mondo
Riccardo Petrella
Una nuova narrazione del mondo
EMI pp. 192 – Anno 2007 – € 10,00

nuovaNarrazioneMondoRiccardo Petrella è un economista politico che ha lavorato per diversi anni alla Commissione Europea di Bruxelles, nel 1991 ha fondato Il Gruppo di Lisbona per analizzare i cambiamenti della globalizzazione e nel 1997 ha istituito il Comitato Istituzionale per Il Contratto Mondiale dell’acqua.

Questo libro nasce dalla rielaborazione di un intervista a lui posta da Roberto Bosio. Ed infatti all’interno dei suoi 7 capitoli presenta domande e risposte risultando così più incisivo e di scorrevole lettura.

Dalla quarta di copertina si legge:

La narrazione dominante del mondo d’oggi è ispirata da 3 forze maggiori:

– la fede nella tecnologia
– la fiducia nel capitalismo
– la convinzione dell’impossibilità di alternative al sistema attuale.

La Teologia Universale Capitalista (TUC) è alla base del sogno mondiale del capitalismo e di una società di mercato competitiva.

La nuova narrazione del mondo costruisce una rappresentazione del mondo, fondata su 7 principi:

– il principio della vita
– il principio dell’umanità
– il principio del vivere insieme
– il principio dei beni comuni
– il principio della democrazia
– il principio della responsabilità
– il principio dell’utopia.

L’originalià e lo spunto interessante del libro sta proprio nel interpretare la attuale situazione economica e sociale del mondo attraverso la metafora religiosa. La Teologia Universale Capitalista ha quindi la sua trinità (liberalizzazione, deregolamentazione, privatizzazione), la sua Pentacoste (la tecnologia), il suo vangelo (quello della competitività), i suoi teologi e i suoi evangelisti ecc. Perfino la sua nuova arca di Noè: il mercato globale!

La prima parte del libro analizza la narrazione della globalizzazione capitalista, dimostrandone le logiche, i moventi e i retroscena, il tutto condito da interessanti schemi e tabelle ricche di numeri e riferimenti. Soprattutto mette anche a nudo le sue irrazionali e illogiche convinzioni.
Le regole del mercato sono infatti spesso presentate come leggi scientifiche, al pari della fisica, chimica o della biologia quando in realtà non lo sono affatto e le conclusioni che ci vengono propinate come realtà tangibili, naturali e immodificabili, non sono spesso altro che assurdi sillogismi o vere e proprie mistificazioni.

Nella seconda parte avviene invece la rivelazione di una diversa narrazione del mondo. Affinchè essa possa essere concepita, condivisa e realizzata è però innanzitutto necessario abbandonare il cinismo pragmatico in favore della progettualità utopica e (citazione di Eduardo Galeano) “cominciare ad esercitare il nostro sacrosanto e mai proclamato diritto di sognare”. Ciononostante la seconda parte del libro non è affatto campata per aria nè si esaurisce in una lettura sognante ed evocativa di mondi belli buoni e giusti. Al contrario, individua quali sono le strade da seguire (per quanto i percorsi siano tutti da percorrere e tracciare), quali sono i passi fatti finora, e quali sono i punti principali da tenere a mente per cominciare a reagire all’ideologia dominante.

I tre elementi hanno fondato per secoli gli Stati-Nazione sono imprescindibili: Identità, Fiducia e Solidarietà. Senza le prime due non potrà mai esserci solidarietà e senza solidarietà non potrà esserci nessuna società. Ora non siamo più una società perchè non esiste più solidarieta nè esistono più beni comuni da organizzare e amministrare insieme, per il bene collettivo.

Limiti alla privatizzazione dei beni comuni (acqua, aria, sole, educazione ecc), Eliminazione dei paradisi fiscali, introduzione di ecotasse, tutela dell’ambiente, sobrietà nei consumi, riconoscimento del diritto ad una vità degna per ogni essere umano, cittadinanza universale e riconoscimento politico e giuridico dell’Umanità, sono solo alcuni esempi dei piccoli e grandi passi necessari per raggiungere la giustizia sociale e una mondializzazione equa e rispettosa per il Pianeta.

Per poter, uso un espressione di Serge Latouche, “decolonizzare l’immaginario”, respingere la teologia universale capitalista, e inventarsi una nuova narrazione del mondo – che non è detto debba per forza essere presentata in questo libro – insomma per costruirsi e costruire una alternativa è necessario mantenere viva l’innovazione culturale e ideologica, la partecipazione alla vita politica e sociale e la lotta radicale intesa non come estremismo ma come ricerca della radice dei problemi e proposta di nuove soluzioni in grado ,appunto, di “sradicarli”.

Mario Capanna
Coscienza Globale – Oltre l’irrazionalità moderna
Baldini Castoldi Dalai Editore
16€ 2006 170 pg

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Mario Capanna si è laureato in filosofia, è / è stato uomo politico, è scrittore e giornalista, è stato leader del movimento studentesco nel 68 ed è presidente al Consiglio dei Diritti Genetici, è ambientalista e pacifista ma anche coltivatore diretto e apicoltore. Tutte queste sue caratteristiche sono sufficienti, a seconda delle singole posizioni ideologiche e/o pregiudizi, ad spingere ad acquistare subito il suo libro divorandolo in pochi giorni oppure a riporlo immediatamente nello scaffale e ad allontanarsene con disprezzo.

Io l’ho acquistato e letto perchè mi ha colpito soprattutto il sottotitolo. Infatti per quanto viviamo nell’era del progresso, della “scienza” economica e della tecnica, ho sempre pensato che il nostro mondo sia caratterizzato da enormi contraddizioni e paradossi che nascono da una profonda irrazionalità (se non vera e propria stupidità..).

Il libro si fa leggere molto bene, con interessanti e approfondite, ma mai noiose, analisi storiche e filosofiche sull’evoluzione dei rapporti fra uomini, fra uomo e ambiente e fra uomo e tecnica/tecnologia. Spesso i suoi ragionamenti partono soprattutto dal rapporto / uso che l’uomo ha/fa con quest’ultima. L’uomo di oggi è “mediato”, nel suo rapporto con la realtà, da un’infinità di strumenti tecnici, ma quanto questa mediazione agevola/influenza/interferisce con la conoscenza della realtà stessa? E’ vero che siamo più informati, ma è anche vero che sappiamo/conosciamo di meno – e questo mi ricorda una frase del libro “Ci salveranno gli ingenui” Read the rest of this entry »

settembre 28, 2007

Non so se sono stato un buon fratello o un buon figlio, nella mia aspirazione ad essere quello che mi sento essere e che vorrei essere, nei miei quotidiani sforzi di costruire intorno a me il mondo e le relazioni che vorrei, sono spesso stato tanto distante dalle persone della mia famiglia. Divergenze ideologiche, culturali o anche la semplice costrizione del vivere sotto lo stesso tetto mi hanno sempre fatto guardare altrove per cercare la convivialità, la fratellanza e la solidarietà.
Non era scappare, rifiutare un impegno, ma l’ammissione di un fallimento, il riconoscere o l’essere convinti che è più facile lasciar decadere e fare tabula rasa e costruire tutto da zero, da un’altra parte, piuttosto che conservare, restaurare o bonificare..

Non so se sono stato un buon fratello o un buon figlio, sono sempre stato troppo impegnato ad essere un buon amico, un buon collega, un buon fidanzato, ho sempre privilegiato i rapporti nuovi freschi costruiti con le mie mani o sbocciati con naturalezza e affinità.

L’ho sempre saputo, e non ho mai fatto nulla per evitarlo.

Non so se sono stato un buon fratello o un buon figlio, ma allo stesso tempo, so di essere stato, e di essere, un fratello e un figlio amato e stimato, forse perchè ho sempre dimostrato una determinazione totale a realizzare i miei sogni, ad essere onesto, sincero e disinteressato.
Alle mie sorelle e ai miei genitori e parenti ho sempre mascherato la mia fragilità, i miei dubbi, le mie paure, le mie sconfitte dietro un comportamento sfrontato, ostile, presuntuoso e ostinato, sempre forte e motivato dai propri ideali, sostenuto dalla musica e dai libri.

L’ho sempre saputo, e non ho mai fatto nulla per evitarlo.

Le mie scelte hanno a volte fatto soffrire o deluso i miei genitori, a partire dai capelli lunghi e dal truce abbigliamento metal quando ero ragazzino fino alla decisione di mollare un lavoro sicuro per andare in giro per il mondo quando non lo ero più…
Ma anche se avrei voluto evitare dispiaceri, mi sento rafforzato dalle mie scelte, che mi hanno sempre aiutato a costruire la mia personalità e hanno permesso di divenire la persona che sono.

La persona che sono non coincide ancora con la persona che vorrei essere ma so che non lo sarò mai. Non deve essere così perchè quando qualora questo avvenisse non avrebbe più senso vivere e lottare ogni giorno.

Io sogno un mondo più giusto, equo, conviviale, libero, dai condizionamenti sociali, dalla schiavitù del denaro e del lavoro, dove poter essere se stessi e coltivare rapporti sinceri solidali e disinteresati. Io voglio essere tutte queste cose e voglio essere integerrimo nel portare avanti questi ideali.

Tra le mille difficoltà di ogni giorno, tutti i miei sforzi sono rivolti a questo, a far coincidere il mio modo di essere e di agire, con l’immagine di me e del mondo, che ho stampata nel cuore e nel cervello. Voglio un giorno, quando sarà la fine, guardare avanti a questa immagine e guardare indietro nei passi compiuti ed essere orgoglioso di come avrò vissuto.
Il cammino è lungo e soprattutto difficile, i momenti di disperazione sono tanti, le battaglie e le contraddizioni quotidiane ma quello che ho sempre rifiutato è stato di scegliere una vita comoda.

Oggi, questo fratello glaciale e distante, si è trovato nuovamente davanti alla disperata richiesta di aiuto della sorella minore, alla ricerca di consigli e di una guida.
Io non voglio essere una guida, non è giusto e non voglio questa responsabilità. Quello chè stato giusto e utile per me potrebbe essere deleterio per altri. La strada della propria vita non può essere insegnata da nessuno, perchè non esiste una sola strada da seguire. Ognuno ha il proprio percorso da scoprire, seguire e soprattutto vivere. Utile invece condividere le proprie esperienze, proporre alternative, fornire intuizioni e indicazioni ma non condurre su strade che non siano quelle personali.

bbiamo parlato a lungo, come raramente abbiamo fatto, nella mia immagine guida ora c’è anche quella di riprendere le fila dei rapporti con i parenti e renderli vivi, belli e veri e questa volta, forse per la prima volta, forse perchè spinto dall’accusa di dispensare consigli con leggerezza, ho ammesso quanto sia frustrante e difficile scegliere di vivere essendo se stessi, nonostante tutto.

E ho ammesso che in realtà non ho nessuna ricetta di vita nè buoni consigli da dare, vivo difficilmente la mia vita attenendomi ai miei ideali, agguerrito e determinato a far coincidere quello che sono con quello che voglio essere, a raggiungere un equilibrio con me stesso e le persone che amo e che mi circondano.

Frammenti

settembre 27, 2007

Frammenti: idee, citazioni, pensieri, aforismi, frasi tratte da libri o da canzoni.

Migliaia di piccoli pezzetti di “filosofia” che rispecchiano le tante faccettature di un animo semplicemente complesso..

Diritti, principi e soprusi

settembre 23, 2007

Penso di essere una persona pacata, educata e gentile e mi impegno ogni giorno di piu ad esserlo..

Questo non significa che io sia una persona mansueta e sottomessa.

Anzi, sono spesso stato definito, a scuola, al lavoro, in famiglia, un rompiscatole, per la mia ostinazione a far valere le mie ragioni, ad esprimere il mio pensiero, e a difendere i diritti, miei e degli altri.

Ho letto, sia per passione sia per lavoro quando lavoravo nella gestione del personale e nei servizi clienti, diverso materiale sull’assertività, e sono convinto, che essa e la gentilezza spontanea e disinteressata siano gli strumenti migliori per garantire una società civile, giusta e conviviale. In certe situazioni e con certe persone però ne la gentilezza ne l’assertività servono, o non mi frega nulla usarle e allora accantono la pacatezza e senza per questo essere violento, inizio piccole e accese battaglie di principio.

Venerdi sera, io, Francesca e un gruppo di una decina di amici/conoscenti, siamo stati invitati a raggiungere un nostro vecchio conoscente che festeggiava il suo compleanno in un elegante ristorante/discoteca di Milano. Arrivati all’entrata, ci si porgono innanzi 4 addetti alla sicurezza e alle liste di ingresso e con il loro volto freddo pieno di sufficienza e supposta superiorità ci scansano con un gesto infastidito. Neanche fossimo un branco di cani randagi, ci viene negato l’ingresso data la nostra scarsa eleganza. Siccome eravamo tutti reduci da un normale venerdi di lavoro a cui era seguito un normale e tranquillo aperitivo, eravamo vestiti in modo del tutto normale, ne in giacca e cravatta (il venerdi spesso molti di noi in azienda hanno il cosiddetto casual day, e molti altri non hanno la costrizione a questa divisa..) ma nemmeno in tuta da lavoro o pantaloncini. Molti degli uomini del gruppo erano in polo, pantalone e scarpa da tennis.

Il principale indiziato di questo attentato al decoro del locale ero probabilmente io, coi miei lunghi capelli aggrovigliati in grossi dread e con ai piedi del sandali (tra l’altro, discretamente eleganti sandali neri di cuoio, mica infradito di plastica). A parte questo ero forse uno dei vestiti meglio nel mio gruppo, camicia scura e jeans. La maggior parte delle ragazze e dei ragazzi del mio gruppo cominciano a spiegare a questi San Pietro dell’eleganza che non sono vestiti in modo indecoroso, che sono stati invitati da un loro amico che ha prenotato il locale per la festa e quindi li pregano di lasciarci entrare. Loro sono irremovibili. Mentre scattano le telefonate per far uscire il nostro conoscente, io comincio ad essere molto infastidito dalla situazione. Infatti, io odio andare per locali, spesso la musica, e gli avventori, non mi piacciono e devo pagare cifre assurde per cocktail schifosi serviti in bicchieri di plastica stracolmi di ghiaccio. Quando poi si tratta di locali come questo, da piccola elitè del popolino, in cui ignoranti palloni gonfiati si sentono come Dio in terra durante il giorno del giudizio, allontanando i personaggi a loro sgraditi mentre i prescelti entrano con passo spavaldo e fiero e anche con uno sguardo di disprezzo misto a compassione per i reietti che rimangono fuori, il mio interesse per la serata svanisce e mi ribolle dentro uno schifo per la pochezza di queste persone.

La consapevolezza, tra l’altro, del fatto che questo tipo di selezione all’ingresso, per quanto in molti casi necessaria e anche ben accetta, sia del tutto illegittima ed illegale non trattandosi di club privati, mi fa scattare dentro un desiderio di sputtanamento totale di questi soggetti.

Si lo ripeto, per legge non è consentito rifiutare l’ingresso in un locale pubblico, no i ristoranti, le discoteche e i pub sono esercizi privati ma sono locali pubblici quindi, a meno che non si tratti di circoli o club privati, non possono rifiutare l’ingresso a nessuno!! Certo, la mia può sembrare una povera ed infantile battaglia, motivata da un sentimento di rivalsa per le tante volte in cui mi sono sentito escluso.. ma non è cosi, a me di entrare in quei posti non può fregar di meno, mi da solo fastidio l’ignoranza delle persone e che si possano violare i diritti delle persone, e interpretare a proprio modo le leggi.

Inoltre mi urta il fatto che chiunque frequenti locali con selezione all’ingresso, sia succube di questa procedura e pensi che sia necessaria e prevista dalla legge.
La mia personale rivalsa nei confronti del locale, non era però ancora iniziata. Ero ancora nella fase assertiva, con un tono deciso ho chiesto a quello che sembrava il capo dei buttafuori, un individo con la pelle incartapecorita dalle lampade, e i capelli lunghi biondi e ingellati, che neanche Lapo nei tempi migliori, quale fosse il problema.

Mi risponde che non siamo vestiti a modo e con i sandali non si entra. Gli richiedo se il problema è solo quello e gli spiego che posso recuperare in macchina le scarpe eleganti e la giacca (tornavo dal lavoro e durante l’aperitivo mi ero messo un po in libertà…). Vado alla macchina , mi cambio e torno all’ingresso dove i miei amici e gli altri componenti del gruppo mi riferiscono che il mio “atteggiamento aggressivo e prepotente” non è stato gradito dagli uomini della selezione. La realtà era invece che il fatto di non essere stato remissivo e non averli scongiurati in tono supplichevole di ottenere il permesso di entrare (quando invece è un diritto tutelato dalle leggi) aveva messo in discussione, di fronte a decine di altre persone in coda, la loro autorità e il loro status di paladini della sicurezza e del decoro in grado di concedere favori in modo del tutto arbitrario.

Ci avviciniamo all’ingresso e passano tutti, anche quelli in scarpe da ginnastica, polo e felpa, veniamo fermati solo io, Francesca, Tonello, Swootry ed un suo amico. Noi tre colpevoli solo di aver commesso il reato di dissidenza davanti al locale e gli altri due per essere con e dietro di noi. A questo punto, gli animi si accendono, io e Francesca cominciamo a parlare di leggi e diritti, inutilmente vista l’ignoranza delle persone al servizio del locale che si parano davanti forti della loro stazza e del loro sguardo truce. Di fronte alla nostra insistenza, la buttano sempre sul personale e ci suggeriscono di spostarci di qualche decina di metri dall’ingresso per “chiarire” la situazione. Sapendo che sarebbe solo un pretesto per evitare disturbi davanti al locale e passare alla violenza nei nostri confronti inosservati, continuiamo il nostro picchetto… Ciononostante altri soggetti vestiti molto casual entrano lo stesso e io chiedo a tutti i presenti, e a loro, scusandomi e senza nessun intento offensivo ne sarcastico se essi fossero più o meno eleganti di noi. Riceviamo appoggio anche da alcune delle persone interpellate ma a questo punto non è più questione di abbigliamento ma di ordine pubblico. La nostra “arroganza” non è gradita.

L’amico di Swootry, infastidito dal fatto di non poter entrare nel locale pù di quanto interessasse a noi tre, con meno argomentazioni e più impulsività abbandona il dialogo e comincia ad urlare che lui non ci conosce nemmeno (in effetti non l’avevamo mai visto prima di allora), che abbiamo torto per i modi ma dobbiamo tutti entrare o perlomeno lui.. La security si allarma per la sua focosità e avviene un acceso scambio di improperi finchè, il tipo accusa uno di loro, egiziano, di starsene zitto visto “che non sa nemmeno parlare l’italiano”. La situazione degenera, i corpi si protendono allo scontro, sotto i nostri sguardi, ma io decido di intromettermi di nuovo, questa volta a difesa del buttafuori egiziano. Allontano l’amico di Swootry dicendogli che il fatto che fosse straniero e non parlasse bene italiano non c’entrasse nulla con la nostra discussione e mi allontano con l’energumeno pregandolo di scusare l’atteggiamento inutilmente razzista e cercando di riportare il tutto ad un maggior livello di dialogo civile.

L’amico di Swootry risale in auto e se ne va incazzato e sgommando, mentre noi riprendiamo la nostra specie di picchetto davanti al locale.

I quattro tizi all’ingresso sono irremovibili quindi siccome di entrare non se ne parla nemmeno più, si passa alla difesa dei principi di legalità e dei diritti quindi Francesca chiama la polizia.

Mentre attendiamo l’arrivo della volante si va avanti in discussioni e confronti con altri avventori che indipendentemente dall’abbigliamento entrano con disinvoltura. Una ragazza, sentita, inutilmente, chiamata in causa, si volta ad un passo dalla soglia per scagliarmi addosso tutta la sua frustrazione di velina mancata dicendomi che se mi tagliassi i miei schifosi capelli forse avrei qualche speranza di entrare in posti chic come quello.. Esterrefatto e ferito da quell’inutile intervento, riesco solo a ribattere, con una grande caduta di stile, che almeno io i capelli li posso tagliare mentre lei la sua brutta faccia se la dovrà tenere per sempre..
Finalmente arriva la polizia, ci chiede spiegazioni e mentre noi riferiamo che gli addetti del locale ci stanno impedendo l’ingresso, (ribadiamo che non è legittimo vietare l’ingresso, qualunque sia il motivo, al limiete è possibile, e giusto, allontanare dal locale in caso di dimostrato disturbo o altri abusi) ed ecco che arriva il proprietario (che fino a quel momento si era negato), un tipo tozzo con magliettina aderente e capello ingellato, il quale, con voce accomodante spiega ai due poliziotti che il motivo per cui non ci era concesso l’ingresso non era affatto legato all’abbigliamento o al comportamento ma che il ristorante era pieno e venivano fatte entrare solo persone in lista. A queste assurdità facciamo notare che molta altra gente continua ad entrare senza il minimo scrupolo ne controllo di liste e che comunque noi rientriamo nella lista poichè il nostro amico ha prenotato il locale. Il proprietario fa il lecchino con le autorità e li invita a seguirli per constatare quanto il locale sia strapieno ed eventualmente incontrare il nostro amico per una verifica delle liste.

Entrano nel locale e ci rimangono quasi una mezzora e Francesca non viene nemmeno lasciata entrare per verificare cosa stia succedendo all’interno del locale tra il padrone e la polizia. Dopo un po ecco uscire la polizia seguita dal nostro conoscente, il quale ci spiega che non c’è verso di farci entrare perchè non è piaciuto il nostro comportamento e la polizia ci conferma che non c’è nulla da fare se non sporgere una querela nei confronti del locale.

Nel frattempo molta gente presente fuori dal locale si è dileguata, forse disturbata dalla presenza delle autorità, probabilmente a disagio per il posseso di svariate sostanze. Noi non siamo fra quelli e non abbiamo nulla di cui temere e rimaniamo a parlare a lungo con i due poliziotti, che sono impossibilitati ad intervenire oltremodo ma comunque molto disponibili. Riconoscono che non siamo sotto effetto di nessuna sostanza, ne che siamo degli esagitati ma ci confermano che non possono costringerli a farci entrare e l’unico modo per procedere è far seguire alla loro chiamata, una querela, per la quale dovremmo andare in questura, ma, ci avvisa potremmo correre il rischio di una controquerela. A che titolo ci chiediamo noi… ci comunicano che come noi li accusiamo di aver violato la legge non facendoci entrare loro ci potrebbero querelare per aver disturbato la quiete del locale, il decoro e la sua immagine e magari anche di tante altre cose inventate ma per le quali non farebbero affatto fatica a trovare testimoni.

Sentirci dire queste cose ci fa molto male ed evitiamo di perdere altro tempo. La serata è andata e in fondo ci dispiace anche aver coinvolto un nostro conoscente in un fatto spiacevole. Salutiamo la polizia e altri nostri amici che nel frattempo sono usciti per una sigaretta e ci avviamo alla nostra macchina.

Rimaniamo a lungo a discutere dell’accaduto io, Francesca ed Antonello e siamo tutti veramente sconvolti per il fatto che nonostante le leggi non si possa fare nulla, a meno che non si abbia anche il tempo e il danaro per imbarcarsi in cause infinite..

Con altri dei presenti sorgono ipotesi di corruzione, molti sono convinti che il fatto che la polizia si sia intrattenuta cosi a lungo con il proprietario farebbe pensare ad una piccola mazzetta per farli tacere ed allontanarci, facendoci pure desistere da eventuali querele.

Io preferisco non pensare ad una tale eventualità, ma allo stesso tempo non potrei esserne che contento. quantomeno, oltre alla cattiva pubblicità fatta per un paio d’ore davanti al locale, almeno il proprietario ci avrebbe smenato un po di soldi, invece di guadagnarne un bel po con le nostre consumazioni… e questo solo per stupidi pregiudizi!

Tonello sostiene che cosi non abbiamo concluso niente e se siamo arrivati fin li dovremmo querelarli, Francesca invece è avvilita perchè sostiene che abbiamo perso la nostra battaglia visto che alla fine non siamo entrati. Il discorso passa poi su argomenti più generici di principi, diritti e libertà personali.

Ci riferiamo al fatto che cosi come un locale aperto al pubblico non possa fare selezione all’ingresso, supermercati e negozi non possano costringerti a depositare o incellofanare la propria borsa ne tantomeno eseguire perquisizioni, non solo, non potrebbero nemmeno trattenerti in attesa dell’arrivo della polizia. Non approviamo assolutamente il furto o il taccheggio ma se ci sono delle leggi che tutelano le libertà personali queste, in nome del rischio imprenditoriale del negozio, non devono essere limitate in alcun modo.

Antonello, cosi come la maggior parte delle persone, purtroppo, non trova questo particolarmente grave e ritiene che se non si ha niente di cui temere o da nascondere non ci deve esser motivo di rifiutare un controllo o il deposito della borsa… Secondo noi il problema sta proprio in questo.. se la legge ci tutela e ci permette una determinata libertà, per nessun motivo dobbiamo rinunciarvi e per questo motivo doverci anche sentire in torto o guardati in modo sospetto!! Se il problema sono i furti, si devono cercare altri rimedi senza far ricadere il tutto su cittadini onesti.

Ragionando di questo passo si arriverebbe, ragionando per paradossi, a provvedimenti di restrizione delle libertà personali ben più gravi o si potrebbe anche giustificare il fatto che gli ebrei durante la seconda guerra mondiale fossero costretti ad indossare la stella di David. In fondo, ebrei erano, e se non avevano di che vergognarsi nell’esserlo perchè non indossarla per farsi riconoscere…??

Siamo allibiti che un nostro caro amico non riesca a vedere il punto della nostra discussione! Figurarsi la maggior parte della gente… Ad ogni modo decidiamo di concludere la serata e tornarcene ognuno a casa propria. Io e la Fra rincasiamo ancora un po sconvolti, lei scossa per quella che sostiene essere stata una sconfitta.

Io le spiego che le uniche cose che mi hanno ferito sono le divergenze di opinione con Antonello per qualcosa che ritengo fondamentale e gli insulti totalmente gratuiti della tipa all’ingresso mentre in realtà non penso affatto di essere stato sconfitto. Mi sarei sentito sconfitto se la mia smania di entrare in un locale mi avesse fatto abbassare la testa, mettere da parte la mia dignità e costretto a supplicare a dei poveri ignoranti che fanno un lavoro ingrato, la concessione di entrare. In fondo siamo stati coerenti con le nostre idee, eravamo nel giusto, non avevamo nulla di cui temere (non siamo vandali ne teste calde, non eravamo ubriachi ne eravamo in possesso, o avevamo fatto uso, di alcuna droga) e non ci siamo umiliati per una serata in discoteca. Certo, non siamo entrati, e il proprietario del locale e quelli della sicurezza non avranno cambiato idea su “quelli come noi”, anzi forse avranno rafforzato il loro pregiudizio di attaccabrighe comunisti ma almeno mi rimane la consolazione che gli abbiam fatto passare due ore pessime, fatto entrare la polizia nel locale preoccupando un po gli avventori e magari abbiano dovuto pure sborsare qualche piccola o grande sommetta per liberarsi di noi!!